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Corrado Alvaro: Brescia, la pietra, l'architettura

Corrado AlvaroBRESCIA - Mi accorsi, mentre andavo cercando a Brescia il famoso centro con le sue tre piazze di cui una nuovissima, e sono tre epoche, che il colore delle città lombarde è sui toni del bistro, del marrone, dell'ocra. Sarà la luce, sarà il colore degli edifici, ma è quello che nei quadri leonardeschi patinati dal tempo fa risaltare gli azzurri e i verdi, in cui i fiumi hanno colore di mare invernale. In questo colore le vecchie città lombarde portavano gli affreschi delle facciate, o le tinte chiare di alcune case. A Brescia, invece, si ha l'impressione d'una nuova presenza, sembra di essere sotto il riflesso d'un lago o d'una cava di pietre. Alla fine si capisce che è l'uso grande delle pietre e dei marmi che dà questo colore alla città, la pietra vecchia e quella nuova, l'una patinata dal tempo e divenuta lattescente, l'altra bianchissima, invernale.

Brescia è il trionfo della pietra, non v'è strada che per quanto scialba, vecchia, scolorita, uniformata, sotto una tinta giallastra, non risenta di questa luce diffusa, fredda e quasi fosforescente. A momenti par di scoprire una luce imminente, il riverbero di un'acqua alpina. Dopo aver percorso la città intera fino alla strada di Salò, si trova appena una collina verde e umile, dove si aspettava una montagna, e dalla valle entra quella luce cristallina e diffusa che non si sa donde provenga, ma che aleggia sulla città. Brescia, fabbricata nelle sue cose monumentali col botticino, a questa pietra deve il suo chiarore. Di qua ripensavo al Vittoriano di Roma, e mi parve di rivederlo sotto altro colore, questo ghiaccio nel cuore dell'Urbe lucente. C'era da conciliarsi con questa pietra che i romani guardano in piazza Venezia con la sola preoccupazione, ormai, che diventi scura. Una città intera come Brescia, che dove più dove meno ha codesto colore, nel suo sito, nella sua luce moderata, ha tutta una qualità luce che direi lunare, e si presenta così al viaggiatore che percorra le sue strade a piedi, cercando d'indovinare la piazza alla confluenza delle strade, essendo la pianta di questa città a forma di cuore.

Credevo di arrivare subito nella Piazza Nuova [Piazza Vittoria], ed era la prima domenica dopo l'inaugurazione di essa, la sua prima domenica di vita. Mi trovai invece in Piazza della Loggia e qui proprio m'incantai per un pezzo. I monumenti del Rinascimento in Lombardia hanno lo stesso tono che, a sorprendere una civiltà artistica fuori dei suoi limiti naturali, sono il segno di un impero spirituale che in Italia sostituì spesso l'impero politico e l'unità. La struttura della Loggia, poi, ha elementi che allargano l'idea che noi abbiamo del Rinascimento, e fanno balenare il pensiero che quest'arte esemplare porti in sé elementi non soltanto del nostro classicismo di tutte le arti, il principio stesso delle aspirazioni artistiche dell'uomo. Non mi stupirei di ritrovare quella cupola a scafo in un oriente lontano, quello che fa pensare, nella sua perfezione, a un altro rinascimento lontano da noi. La Loggia dice Venezia, e i diversi significati raggiunti dall'arte in quel clima.

Si poteva stare delle ore in quest'illustre piazza, a guardare il ritmo di quest'edificio, o l'orologio del portico settentrionale come si muoveva, quasi trascinando nel suo moto lento e fatale non solo le ore, ma i segni dello zodiaco, le posizioni dei pianeti, le fasi della luna, i progressi del sole. E non soltanto questo curioso orologio, ma la conformazione della piazza, la sua logica la sua proporzione, l'equilibrio delle masse e dei colori, i commenti ordinati di ogni parte di essa, la pietra e l'intonaco, il muro liscio e nudo e il portico lavorato; tutto grande e insieme familiare, con la sua gerarchia di masse e di toni, come se ogni elemento dipendesse dal comando d'un maestro, una piazza in cui l'armonia diventa cosa sonora, e la mente vi si attarda come nelle descrizioni che il mare e il vento fanno di sé. Questo lusso tutto Italiano, in cui il nobile e il rustico, lo spontaneo e l'architettato si alternano con tanta sapienza, questo segno di vera distinzione, questo divertimento dell'intelligenza, dove si trovano più?

Era domenica e mi trovai in Duomo a vedere la gente a Messa. Il popolo e i signori riempivano la chiesa bianca e grigia di marmi, tutta di pietra che pareva una cava ordinata, pietra di fuori, pietra dentro, e le cappelle e le colonne parevano a momenti formazioni naturali d’una grande grotta; i sospiri, gli sguardi, le preghiere, le vesti delle donne, e tutto quello che era caldo e umano vi mettevano il variare d’un giardino; la pianeta del sacerdote, verde quel giorno, splendeva di smeraldo nel fondo, tra l’alito delle candele oscillante in quel bianco rarefatto. Poi aspettai che la gente uscisse sualla piazza al sole. Sulla piazza, alla fontana delle conchiglie, la statua di Brescia in costume settecentesco accennava come una dama, col suo castello di capelli. Brescia è la città italiana che dopo Roma ama di più raffigurarsi in istatue simboliche: Brescia paludata alla romana, Brescia armata, disarmata, Brescia nuda, Brescia dama del Settecento. E perché poi, seguendo questo culto cittadino, non l’hanno raffigurata nella Piazza della Vittoria, se pur c’era bisogno di una statua, al posto di quel Davide moderno che fa pensare subito a piazza della Signoria, e stabilisce un color comunale in questa piazza modernissima?

Il senso di Brescia è poi tutt’altro da quello d’un comune toscano. La città non ha una parte di protagonista nella storia comunale e signorile italiana, e neppure in quella romana; ma da tutte ha tratto il senso della civiltà in modo eminente, nell'orbita delle civiltà maggiori e dominanti ha serbato una personalità sua, s'è fatto un carattere tutto per sé, una tradizione d'istinto, di discendenza, come un satellite luminoso di qualche grande astro. Essa ha dato le pagine stupende che tutti sanno, e anche nel Risorgimento ha mostrato il suo carattere in una lotta e in un sacrificio che appunto perché non potevano essere decisivi splendono più mirabili. Essa ha una storia di gelosissime virtù civili, d’una famiglia umana che conosca per antichissima tradizione che cosa sia la civiltà, e con la civiltà che cosa sono le arti, poiché la civiltà è cultura. E’ come ritrovarsi in un'antica casata di provincia, dove rimangono tradizioni di vita ornata, e di virtù; per essa i nomi di fedele, gregaria, sorella, hanno un senso alto, è la bellezza e la forza delle civiltà autoctone nate da un felice incontro di sangue. E’ la civiltà del benessere e del sentimento cittadino. Le storie dei luoghi più grandi e decisivi potevano essere disastrose: i focolari delle città minori rimanevano intatti, angoli in cui si rifugiavano i grandi sentimenti. La storia di Brescia è la storia di due o tre famiglie, e la dimostrazione di quanto possa una civiltà ben custodita su ogni tentativo dio manomissione. Non per nulla la sua gloria medievale è nell’aver ridotto e domato barbari alle idee della cultura e delle leggi…

Altri ha descritto la piazza della Vittoria coi suoi marmi, le sue pietre, questi elementi che nell’architettura moderna italiana, e in pieno ritardatario furore di razionalismo son venuti a imporre un problema tutto particolare alla nostra architettura. Io parlerei solo di architettura moderna, e non di architettura razionale come pare che ormai molti amino sciacquarsi la bocca. Che razionalismo volete fare quando non soltanto la luce italiana è diversa dai luoghi che ha veduto nascere cotesto nuovo mito architettonico, e quando i materiali da costruzione sono i marmi e non il metallo, la pietra e non il cemento? Chi conosce da vicino l’architettura razionale può attestare che, non appena in alcuni campioni di quest’arte si affaccia il semplice mattone, e non dico un materiale più nobile, tutti i termini architettonici cambiano, e non si parla più di razionalismo, termine alla fine, divenuto generico, e che nasconde una certa deficienza creativa. […]

In quel pomeriggio domenicale era il popolo di Brescia che andava, dopo le cerimonie dell’inaugurazione, a prendere possesso della sua nuova piazza, un monumento fatto per lui finalmente; e come esso ne giudicava, così mi sono permesso pur io di far giudizio. Tutto era nuovo, fresco, lucente; odorava come un appartamento nuovo. Erano famiglie intere coi vecchi e i ragazzi, e gente venuta da fuori, con le macchine che mettevano le prime macchie sul selciato nuovissimo. I primi rumori di quella folla s’incidevano nell’aria nuova della piazza, e così nei caffè sotto il portico nuovo, tutti lucenti di metalli cromati, risuonavano la tastiera della macchina della cassa, le voci e gli ordini; tutto nuovo e pulito, tutto da cominciare. Oh, bellezza delle cose che cominciano, grandi o piccole che siano! Gli uomini che si provavano a sedere sulle panchine di marmo intorno alla statua della piazza e guardavano l’acqua della vasca. Per poco, ancora per poco, tutti facevano attenzione a tutto, e in questo era un sentimento di stupore e di responsabilità. Già i mercanti venuti da fuori avevano scelto il loro posto di riunione, già i ragazzi sapevano dove si poteva giocare. Finalmente, fra tanti monumenti pubblici che da cinquant’anni non erano che statue grandi e piccole circondate da cancelli di ferro, ecco un monumento che servirà a tutti. Quanto durerà una piazza simile? Mettiamo cinquecento anni, e il tempo non l’avrà un poco appannata e corrosa, dato un colore diverso. E come ci vedranno noi, lontani, che ora ci aggiriamo in mezzo a questa cose nuove?

    

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